Bambini nel tempo di Ian McEwan

L’importanza del tempo nella sua non linearità
Bambini nel tempo di Ian McEwan

Non so se valga il fatto che ci si sente affini con i Bambini nel tempo che siamo stati. Con la stagione in cui salutiamo il mondo e che ci vede nascere.

Fatto sta che, essendo nata negli ultimi giorni d’autunno, è la stagione in cui maggiormente mi trovo a mio agio con me stessa e dalla quale mi sento presa in considerazione. In autunno le nuvole che in genere popolano la mia testa vengono accompagnate altrove e tutto mi sembra più nitido.

Sarà merito di una stagione che, come la primavera, smorza gli eccessi, che le cose belle accadono in questo periodo. 

Eppure, l’estate, sul suo principio, mi attrae; o meglio, l’aspettativa dell’estate.

Le giornate che finalmente si allungano, le finestre aperte alla mattina e alla sera. Il tempo fuori, all’aperto. I vestiti che si alleggeriscono e rendono più semplici azioni e movimenti.

Ma è un’illusione che il caldo torrido, che arriva troppo presto e che stenta a dare tregua, spazza via trasformando tutto in pesantezza, fatica e frustrazione.

Ho pensato di essere antipatica all’estate, che non sia un luogo ideale per la Fshd. Nemmeno per i ricordi, che si accendono di estati passate e di cose che non ci sono più, soprattutto energie.

L’afa mi posiziona davanti a qualcosa che è fermo e insieme mi sfugge, che inizio ad afferrare solo ora che sono in ferie.

Che gli ultimi tempi sono molto deconcentrata per dedicarmi appieno lettura, persa dalle preoccupazioni di un futuro che ancora non esiste eppure è un quadro sempre di fronte ai miei occhi.

Forse la soluzione è dare al tempo la libertà di non essere lineare o consequenziale, così da poter riabbracciare chi sono e le mie radici, oltre il dolore e la fatica quotidiana.

A ricongiungermi con la mia infanzia.

È quello che prova a fare Ian Mc Ewan in Bambini nel tempo (The Child in Time). Questo libro parte dalla scomparsa di una bambina per raccontare altro. In una Londra calda che pare essere oggi, Stephen, un padre che ha assistito alla scomparsa di sua figlia Kate, una bambina di tre anni, in un supermercato, vive una crisi esistenziale.

Dopo la scomparsa della figlia il matrimonio con Julie, madre della bambina, entra in crisi. Di fronte alla propria solitudine, Stephen realizza che oltre a sua figlia egli ha perso la sua infanzia. Per recuperarla e per salvare sé stesso in una nuova forma plasmata dal dolore della perdita, il tempo che vive perde di linearità. Torna bambino e poi prima ancora di nascere, rivive l’incontro tra i genitori e il lavoro del padre nella Raf (La Royal Air Force del Regno Unito) .

Scrive una nuova storia in cui provare di nuovo ad esistere. Ragiona proprio sul tempo, inteso nella sua non linearità. Sull’infanzia e sulla necessità di riappropriarsene, anche se le conseguenze spesso possono non essere positive, come nel caso di Charles, amico di Stephen. Non manca il grottesco in questo libro, usato soprattutto per fare una critica sociale, in particolare verso i politici che perdono tempo più a redigere manuali per l’infanzia che a pensare ai problemi della società, come l’aumento del costo della vita.

Come accade in altri lavori di McEwan, come Espiazione (Atonement), l’esperienza personale dell’autore (il padre era parte della Raf), la riflessione sulla scrittura e sul mestiere dello scrittore, sono centrali nel romanzo.

La trama e la scrittura si fanno inganno, perché si discostano dall’avvenimento centrale.

La scomparsa di Kate, che piaccia o meno, rimane sullo sfondo, per lasciare spazio al viaggio di Stephen.

Che diventa un po’ il nostro e che ci trova, al suo termine, ad asciugarci le lacrime dagli occhi.

 

 

Ian McEwan, Bambini nel tempo

Einaudi, 1988

Titolo Originale: The Child in Time

Traduzione dall’inglese di Susanna Basso

 

Se vuoi scoprire qualcosa in più su Ian McEwan e la sua scrittura, ecco, sempre su questo Blog, il mio articolo sul suo romanzo capolavoro, Espiazione: https://www.bookslifeandcat.it/espiazione-e-la-scrittura-come-nuova-occasione/

 

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