Diario di una Brocca: Help!

Diario di una Brocca: Help!

Diario di una Brocca: Help!

Ossia la storia di come mi ingarbuglio la vita, in un modo o nell’altro

 

When I was younger, so much younger than today, I never needed anybody’s help in any way.

Cantavano i The Beatles in Help!, raccontando come il successo avesse modificato le loro vite, chiedendo che li si portasse nuovamente con i piedi a terra, a contatto con la realtà.

 

And now my life has changed in oh so many ways, My independence seems to vanish in the haze.

Per certi versi questa canzone sembra rispecchiare la mia storia. Per numeroso tempo ho rifiutato di ammettere a me stessa che avere una malattia rara mi procurasse una certa dose di ansia. O meglio, spostavo questa ansia su altre situazioni della mia vita, esasperandole. Struggendomi per infatuazioni che credevo essere infiniti miei innamoramenti. Disperandomi per un brutto voto o un esame universitario non superato. Insomma, spruzzavo ansia qua e la lasciando a secco il serbatoio di sana preoccupazione che avrei dovuto provare per me stessa.

Inoltre non chiedevo aiuto, un po’ come i The Beatles quando erano younger, so much younger than today. Non lo chiedevo in termini fisici. Se ad esempio crollavo a terra, sbucciandomi il ginocchio, la mia reazione era:

Assolutamente lasciatemi qui a soffrire tutto il dolore che sia chiaro non è vostro ma non è neppure il mio  

Non chiedevo aiuto nemmeno in termini metaforici. Non ne parlavo, ritenendo che avrei inutilmente appesantito le persone con un problema che non aveva una risoluzione.

Se questa barca deve affondare, che affondi da sola, tanto al momento opportuno scenderò anche io.

Così, la pensavo. Non dico che io adesso sia bravissima a chiedere aiuto, ma l’utilizzo sempre più costante della sedia a rotelle è come se mi avesse messa davanti a uno specchio. A fare i conti con me stessa e non poter più negare l’evidenza.

Soprattutto il riorganizzarmi con un ausilio che, devo ammettere, mi ha tolto molta fatica e aggiunto lunghe passeggiate che prima non facevo. Mi ha dato l’occasione per parlare della Fshd, essendone una diretta conseguenza.

Insomma, finalmente a contatto con me stessa come non lo ero mai stata, mi sono però dimenticata di tutto il resto, al di fuori.

Mi sono sentita in diritto di pretendere che la mia vita si fermasse.

Senti, ora che ho trovato il coraggio di sguazzare tipo paperella in questo laghetto chiamato Fshd, tu vedi fermarti

La vita, ovviamente, non mi ha ascoltata, e andando avanti si è impapocchiata. Come un pilota automatico pure bendato. Ho lasciato a briglie sciolte il lavoro, le mie passioni, le relazioni.

Che senso ha vivere intensamente altre situazioni che potrebbero generare altri problemi?

Mi sono appiattita, infilandomi sotto il cuscino della mia sedia a rotelle, usandola come scusa per nascondermi.

È successo, poi, che nello specchio in cui mi riflettevo è apparsa la cicatrice sul collo, dietro alla quale un tempo c’era una tiroide intera, ora dimezzata. Per la prima volta mi sono sentita stanca non solo per la Fshd. Da quel momento ho riaperto la porta all’insoddisfazione per tutti gli altri aspetti della vita fuori dalla patologia. Ogni lamentela negata è tornata a galla, a chiedere il conto.

Le scuse non reggevano più, anche la fatica per le barriere e gli ostacoli, non giustificava il mio disinteresse per i miei diritti e i miei doveri.

Quando accadeva nulla se non la mia salute, mi sono ricordata che una domanda genera sempre una risposta e a ogni azione corrisponde sempre una conseguenza, sia positiva che negativa.

Non è vero che posso sopportare il dolore solo a piccole dosi o indirizzare il mio pensiero e le mie energie solo in una direzione. Ho mille alternative e anche la possibilità di fermarmi, riposare e ritentare.

Posso dunque strapparmi i capelli per ciò che mi accade, sia anche una frivolezza. Ne ho in abbondanza, la mia chioma è bella folta.

 

 

 

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