Solstizio d’inverno
Sono nata alla fine dell’autunno, in quei giorni in cui l’aria rigida sposta le foglie colorate e ad essere colorate non sono più solo loro, ma anche le strade e le case. Amo questa stagione come si ama una persona cara.
D’autunno, come un rituale, i confini si spostano lasciando spazio a possibilità, o forse sono io a guardare la vita sorridendo e lei, quindi, di rimando mi sorride.
Succede che l’autunno, poi, passa in fretta e arriva l’inverno.
E io in inverno continuo a guardare la vita come fosse ancora autunno. Mentre l’autunno, quando ormai la prima metà di dicembre è bella che andata, è a spargere foglie colorate molto lontano da me.
Guardo questa vita con occhi teneri, da dentro un paio di maglioni, munita di cappello, sciarpa, guanti e cappotto, immensa nel freddo di Arezzo.
Ti piace ancora, questo periodo dell’anno? Mi chiedo, mentre cerco di alzarmi in piedi dalla sedia, che già di per sé è un’impresa, con trenta strati di roba addosso.
Non so cosa rispondere. So solo che, da quando uso di più la sedia a rotelle, il freddo, quando arriva, dà il colpo di grazia all’intorpidimento causato dallo stare ferma.
Se mi alzo dalla sedia dopo che sono stata a lungo fuori al freddo, ogni singola parte di me se ne è emigrata in un’altra dimensione, magari più calda. Ciò che resta è informicolato e appesantito.
Devo stare attenta, ad alzarmi e fare un passo, perché le gambe potrebbero essere addormentate e potrei cadere rovinosamente a terra. Un tempo non lo sapevo ed è successo.
Come quando ti addormenti con la testa sopra le braccia e al risveglio formicolano tutte e non si muovono.
Cadendo si impara.
Sono per qualche giorno in un’Arezzo ghiacciata, dove il freddo mette in pausa lo scorrere dei miei pensieri. La nebbia avvolge la ruota panoramica e le persone che affollano le luminarie e i mercatini sparsi nella città, trasportandoci in un tempo di attesa.
E forse l’inverno è proprio questo. Un’attesa incerta. Sarà per questo che sembra una stagione così scomoda.
Perché si deve attendere sempre qualcosa di tangibile, di visibile, di udibile. Questo è il tempo in cui l’incertezza non esiste, eppure basta poco, per capire che l’incertezza è alla base di tutto. Lo sapeva bene Piero della Francesca, dipingendola nello sguardo di Maria, dubbiosa davanti all’angelo che le annuncia l’attesa di Gesù, nel decimo e ultimo episodio della Leggenda della Vera Croce. Sono nella Basilica di San Francesco, circondata da affreschi che sono lì da secoli. Mi chiedo se lo sapesse, Piero della Francesca, che la sua opera avrebbe continuato a parlare nel tempo, anche oggi. Immobile e resistente.
Io guardo questi affreschi e so che continuerò a cadere ma l’arte sarà sempre lì a salvarmi.
E quando il solstizio d’inverno arriva posso sorridergli, anche imbardata e intorpidita.