La lentezza.
Ciò di cui non sapevo di aver bisogno erano i momenti lenti. Come un venerdì sera di chiacchiere con le amiche dell’università, a ricordarci di quella vita che ci sembrava scorrere veloce ma che in realtà aveva dei ritmi che oggi invidiamo e rimpiangiamo. In cui erano inclusi gli studi che amavamo e il tempo assieme.
La lentezza è un qualcosa di cui spesso mi vergogno, ma che ora riscopro essere uno specchio in cui riflettermi.
Uno specchio d’acqua. O una vasca d’acqua o una piscina. Un luogo dove la sperimento, la lentezza, dove riordino le idee, sento forte la fiducia in me, che mi ispira come un buon libro. Mentre nuoto allineo i pensieri, li metto in ordine, li guardo in maniera concreta.
Riesco a stare nel presente e far sparire per un attimo l’ansia. Del mondo che mi circonda, che sembra impazzire sempre di più. Di queste apparenze e di questo essere sempre performanti, che fra un po’ ci farà scordare anche il piacere di dedicarci a un hobby. Il tempo riacquisisce, quando il sabato nuoto, dopo una settimana, il suo ritmo. Faccio pace con il mio essere lenta, perché ovviamente sono una nuotatrice lenta, ma chissene importa. Sono lenta in tantissime altre cose, anche nel leggere, ovviamente.
Sembra una vita fa, che prendevo Il conte di Montecristo di Alexandre Dumas e me lo portavo nelle mie giornate fuori. Non c’era Kindle, non c’erano gli audiolibri, che nel tempo hanno modificato, seppur in positivo, il mio essere lettrice. Non c’erano piattaforme streaming come oggi e i social li vedevamo solo dal pc. C’era solo la mente elastica di una persona molto giovane che leggeva ovunque e usando qualsiasi pretesto. Una pausa tra una lezione universitaria e l’altra, il pranzo, il riposino pomeridiano. Mi portavo appresso letture anche per settimane.
La lentezza non mi pesava, era un modo per godermi di più la lettura. Ora nelle pause penso che ci sia sempre qualcosa di importante da fare sul telefono, i Social, un messaggio whatsapp, un acquisto online. La sera mi faccio tentare dalle piattaforme streaming. E vado a letto frustrata perché sento il bisogno di aprire un libro ma è troppo tardi e sono troppo stanca. Eppure, per poter tornare in quel posto dove i libri mi aspettano e dove ad aspettarmi c’è anche la parte più sincera di me, devo prendermi tempo, e mettere in pausa il superfluo. Accogliere la lentezza, perché quando leggo il tempo fuori scorre, ma quello interiore no.
Ovviamente anche la Fshd mi spinge a fare i conti con la lentezza. O meglio, mi fa fare i conti con l’idea che la società contemporanea ha dell’efficienza. Dell’essere umano idoneo alla vita solo se veloce, conforme ai ritmi di un mondo che corre sempre più in fretta. Spesso mi sento goffa perché la società dipinge come una costrizione ciò che invece è un ausilio alla mobilità, come la sedia a rotelle. Lo percepisce come un simbolo di una controtendenza, non lo percepisce sulla base dell’ideale di dinamismo e di efficienza che oggi è parametro per giudicare qualsiasi cosa. Lo percepisce come una cosa, appunto, lenta.
Avendo una malattia che indebolisce i muscoli, usare la sedia a rotelle mi ha consentito di fare ciò che rima non facevo o facevo con fatica. Di farlo, magari con lentezza, se proprio così piace vederla, ma di farlo.
Ci son o molti posti in cui mi ricordo il perché la carrozzina non è una costrizione, come i più la vedono, a giudicare da quella frase che piace tanto, Costretta/o in carrozzina.
Uno di questi è il supermercato. Ho scoperto che fare la spesa è bello e rilassante e se qualcosa in uno scaffale è troppo in alto, chiedere aiuto non mi spezza il cuore in due come immaginavo.
Il secondo sono i musei. Prima andavo e uscivo stremata e con un mal di schiena pazzesco. Se pure mi fossi immersa in un’esperienza visiva stimolante, la stanchezza che provavo annullava tutto il bello.
Ci sono poi la pista ciclabile, i parchi e le ville. Quando andavo, mi fermavo praticamente all’inizio, guardavo e dicevo: Ciao, siete belli ma io non ve posso attraversà. E Roma di parchi e ville, oltre che di bellezze e musei, ne ha.
Non parlo poi dei viaggi che prima non facevo e che adesso faccio. Meritano uno spazio a sé.
Un’ultima cosa però la posso dire:
Fin da quando entro in ascensore per uscire: giuro che nessuno mi punta una pistola alla testa per uscire di casa. La lentezza mi accompagna sempre, ovvio. Ora siamo amiche.